La leggenda greca della nascita dell'albero di ulivo

“…albero non piantato da mano d’uomo, che da sé ricresce, terrore delle lance nemiche, che in questa terra soprattutto germoglia: il glauco ulivo, che nutre i nostri figli.”
(Edipo a Colono, 697-701)

L’albero di ulivo ha una sua particolare magia: quando ci si avvicina al suo tronco si avverte chiaramente un’aura speciale, una storia secolare dietro i suoi rami nodosi e la sua corteccia robusta; le sue radici forti e sicure affondano nel terreno come se gli fosse dovuto lo spazio che occupa.

Ma quale fu l’origine di questa pianta?

I riferimenti all'ulivo nella mitologia greca sono tantissimi. D'altronde, fin dalle sue origini, si presentava come l’albero della civiltà per eccellenza, in primis perché per ottenerne i prodotti deve essere innestato, curato e i frutti lavorati, e poi perché ad esso si legavano alcune delle più antiche istituzioni sociali e culturali sia di Atene, sia panelleniche. Inoltre, il ramo d’ulivo ornato di bianche bende di lana, chiamato hiketeria, era un importantissimo simbolo religioso, che veniva posto sull’altare degli dei per chiederne la protezione e la benedizione.
Per la città di Atene, l’albero dell’ulivo era talmente sacro che sradicarne uno era considerato un grave reato (considerando che questa pianta era l’emblema vegetale della dea Atena), che in alcuni casi prevedeva persino la morte dell’imputato.

Secondo il mito più diffuso, l’ulivo sarebbe stato introdotto in Grecia, e in particolare in Attica, durante il regno del primo re di Atene, Cecrope, un essere metà uomo e metà serpente sorto dalla terra.

“Un tempo fu predetto a Zeus, padre degli dei dell’Olimpo, che un giorno Metis, sua sposa, avrebbe dato alla luce due figli, il secondo dei quali si sarebbe impadronito del suo trono. Così Zeus, per evitare che la profezia si avverasse, dato che Metis era già incinta del primo figlio, decise di ingoiarla. Un giorno, però, Zeus iniziò ad avere delle violenti fitte alla testa, tanto potenti da spingerlo a chiedere ad Efesto di colpirlo con il suo martello. Dopo molte insistenze, Efesto lo colpì, e dal suo cranio uscì una grande nuvola che racchiudeva una creatura con un’armatura lucente, la quale teneva, nella mano destra, un giavellotto: era Atena, la dea guerriera. La giovane dea dimostrò sin da subito non solo di essere abile nella guerra, ma anche saggia ed accorta: per questo divenne preso la Dea della Ragione. Era la personificazione della saggezza e della sapienza in tutti i campi delle scienze conosciute. Un giorno Atena chiese al padre Zeus di assegnarle una regione che le fosse consacrata, ma Poseidone, dio del mare e fratello di Zeus, si contrappose in quanto già da tempo era in attesa che il fratello gli assegnasse una regione: così, tra i due nacque una violenta disputa per il dominio dell’Attica. Zeus decise allora di proclamare una sfida tra Poseidone ed Atena: chi tra i due avesse fatto alla città il dono più utile, ne avrebbe avuto la supremazia. Ad arbitrare la contesa venne scelto il re Cecrope. Quando la sfida iniziò alla presenza di tutti gli dei, Poseidone toccò la terra con il suo tridente, facendo saltar fuori una nuova creatura, mai vista prima di allora: il cavallo, simbolo della forza bellica e del coraggio, che da quel momento popolò tutte le regioni della terra e divenne un grande aiuto per la vita dell’uomo. Atena, dal canto suo colpì il suolo roccioso con il suo giavellotto, facendo germogliare un albero di ulivo, simbolo di pace e prosperità. Cecrope decretò vincitrice della sfida Atena, per la grande utilità del dono che essa aveva fatto alla città, e da quel giorno la capitale dell’Attica fu chiamata Atene in onore della dea.”